domenica 15 novembre 2009

Nepal, il racconto

Perchè il Nepal? Perchè amiamo le montagne, perche quelle sono le Montagne più importanti, perchè chi ci è stato in passato ha sempre voglia di tornare, perchè un conoscente lo scorso anno mi ha passato un indirizzo email che durante le tre settimane in Oriente si è prima trasformato nella nostra guida per poi salutarci da amico con le lacrime agli occhi il giorno del rientro. Si, è vero caro Sange ci hai fatto conoscere il tuo Nepal con grande entusiasmo, con il tuo sorriso contagioso e con tanti particolari e curiosità che da soli non avremmo mai scoperto.
Un po' di cronaca.
Siamo partiti da Milano martedì sera con volo Etihad: destinazione Abu Dhabi, scalo di quattro ora e arrivo a Kathmandu nel pomeriggio del giorno dopo. Kathmandu, nelle fantasie da bambino credevo fosse una città di montagna, una specie di Cortina orientale immersa nelle montagne e piena di alpinisti in partenza o di ritorno dal tetto del mondo. Invece l'impatto con la città è molto forte: un inquinamento inimmaginabile, un traffico impossibile, tanta gente, tanti negozi stipati di merci, animali e bambini che si dividono i bordi delle strade. Siamo accolti all'aeroporto da Sange e da sua moglie che dopo averci adornati di collane di fiori e sciarpe beneauguranti ci hanno accompagnato in albergo, fortunatamente in un'oasi verde fuori dal polverone del centro. Il giorno seguente lo trascorriamo visitando la città, cominciamo a distinguere induisti da buddisti e finiamo il pomeriggio a fare shopping a Thamel, dove con pochi euro ci procuriamo i piumini d'oca e il materiale che ci manca per il trekking. Davanti a qualche bottiglia di birra Everest, Sange ci illustra il programma del nostro trekking e ci dà appuntamento il giorno dopo all'alba per il volo verso Lukla, base di partenza di tutte le escursioni nella zona dell'Everest.
Sicuramente per chi teme i voli aerei il breve tragitto Kathmandu - Lukla è la prova del fuoco, il passaggio alla maggiore età: 30 minuti di volo per poi ritrovarsi davanti agli occhi una salita di trecento metri con muro finale, per i locali la pista di atterraggio... Sani e salvi sbarchiamo a 2800m, l'aria qui è fresca e finalmente pulita. Mentre la nostra guida contratta con i portatori beviamo un te, rilassati, felici e con una grande voglia di cominciare a camminare. Il tempo è splendido, la stagione post-monsonica promette alta pressione e cieli azzurrissimi. La temperatura è perfetta, in maniche corte cominciamo a camminare tra file di bufali/yak e portatori diretti verso l'interno delle valli. Chi ha sulle spalle 8 casse di birra e un paio di forme di formaggio, chi porta un pezzo di carne e chi qualche porzione di prefabbricato necessaria a costruire un nuovo lodge. Siamo catapultati indietro nel tempo, non ci sono motori, tutto viaggia a bordo di animali o uomini che per pochi dollari al giorno arrivano a caricarsi fino a 70kg sulle spalle.
I primi giorni del trekking ci servono per acclimatarci, fino a 3800m c'è vegetazione, si sta bene e si respira senza troppa fatica. Facciamo due giorni a Namche Bazar, "capitale" dei trekkers dove cominciamo a conoscere altri turisti provenienti da tutto il mondo: molti francesi, molti americani e giapponesi, qualche italiano: ci sono persone di tutte le età, normali camminatori e alpinisti veri, gente che parte come noi e gente che ritorna, sporca, impolverata e che "se la tira un pochino" raccontando le avventure e i disagi che si troveranno più in alto. (classica la frase "vedrete a Lobuche, godetevela fino che siete quaggiù..."). La cosa che colpisce maggiormente sono le vastità: le valli sono lunghissime, l'Everest lo vedi quasi subito, sembra a pochi metri invece è distante cinquanta chilometri. Giorno dopo giorno proseguiamo verso l'interno: ci stiamo muovendo in direzione sud-nord, dal Nepal ci avviciniamo al confine con il Tibet: passiamo per Tengboche dove visitiamo un bellissimo monastero e un'altrettanto piacevole pasticceria, pernottiamo in lodge accoglienti e molto più confortevoli di quello che ci eravamo immaginati di trovare. Il cibo è vario e cucinato sempre al momento anche se il sottoscritto qualche volta non riesce a farlo andare d'accordo con il proprio sistema digestivo. C'è sempre la torta di mele a dare una mano quando il dahl bat non va giù e se proprio rimane un po' di spazio ci sono sempre i biscotti al cocco immancabili a ogni ora del giorno. La voglia di birrra è scomparsa quasi subito per lasciare spazio a hot lemon, hot water e qualche tazza di black o ginger tea. Dopo circa una settimana lasciamo definitivamente la vegetazione, superiamo quota 4500 e qui il paesaggio diventa sempre più imponente: da Pherice a Gorak Shep si respira aria di alta montagna, le cime sono vicine, altissime, la neve perenne si vede dai 6000m in su.
Diventa difficile dormire, mal di testa e poco appetito fanno compagnia al sottoscritto. L'Eli e gli amici Albe e Elis sembrano veterani della zona e mangiano e dormono come in riva al mare. Ci vogliono tre giorni e qualche pastiglia di Diamox per rimettermi in carreggiata, il punto più basso (di morale si intende...) lo ho toccato ai 5500m del Kala Pattar quando l'Eli si è offerta di portarmi lo zaino, dovevo proprio essere uno spettacolo penoso mentre procedevo come una lumaca sostando ogni cinquanta metri. Non facciamola troppo tragica, quando si arriva su lo spettacolo è indimenticabile e a stento si trattengono le lacrime: tutta la fatica è dimenticata mentre davanti a noi si presenta sua maestà l'Everest, 3300m più in alto. Da qui si può vedere chiaramente il percorso della via normale Nepalese, tornano alla mente i tanti racconti letti, le tante avventure di conquiste e purtroppo spesso anche di rinunce e di morte: il campo base, l'Icefall, il colle sud, vengono i brividi a pensare tutte le emozioni vissute in mezzo a quei ghiacci spazzati dall'aria sottile.
I giorni seguenti comincio a stare bene e riesco a portarmi al livello dei compagni di avventura: ricomincio a mangiare, finalmente dormo senza mal di testa e tutte le funzioni biologiche sembrano tornare alla normalità (...). Così valicare il Cho-La pass risulta più piacevole che faticoso, come pochi giorni dopo salire a Gokio Ri, punto panoramico a 5300m dal quale aspettiamo il tramonto davanti a quattro ottomila: Everest, Lotse, Cho Oyu e Makalu: indimenticabile! Un po' alla volta è arrivato il momento di scendere e chiudere il cerchio tornando a Namche. Ci vogliono due giorni a scendere dallo splendido lago di Gokyo fino a Namche: un po' alla volta si riconquista la vegetazione, la testa è rilassata, quasi in trance con tutti i ricordi che si stanno immagazzinando. A Namche è tempo di festeggiamenti: il trek è quasi concluso, dopo due settimane ci siamo fatti pure una doccia e la birra torna a scorrere piacevolmente in gola. La sera ci permettiamo di tirare tardi nel Lodge chiacchierando di montagna con Massimo, un ragazzo piemontese reduce dall'acensione all'Ama Dablan.
Altri due giorni e siamo di nuovo a Lukla. Adesso siamo noi a sentirci "un po' più grandi", siamo tornati dall'alto, tutto è andato bene e incrociamo gli occhi di tanti trekkers che come noi due settimane prima si apprestano a salire la lunga valle, pieni di entusiasmo e di timori.
Cosa rimane dopo due settimane nella terra degli sherpa: tanto, veramente tanto. Non sono solo le montagne, splendide e imponenti ma la cultura e la vita di chi in questi posti ci abita lasciano un senso di disorientamento in noi, abituati a tutte le comodità. I sorrisi dei bambini, la fatica dei portatori, la religione e i simboli religiosi, la vita dei popoli di montagna che si fonde con quella dei turisti, senza nessuna invasione da parte di entrambi.
Da parte nostra siamo stati fortunati: per prima cosa avendo conosciuto una guida capace e valida, poi trovando sempre bel tempo e infine soffrendo solo di qualche acciacco fisico di poco conto. Non è un viaggio facile, va preparato bene: non serve particolare allenamento, ma è importante ascoltare bene i segnali del corpo, risparmiare ogni grammo di energia e soprattutto capire bene i meccanismi di adattamento dell'organismo alla quota. Molto importante il materiale e chiaramente serve un minimo spirito di adattamento... L'Eli è stata fortissima e siamo stati benissimo con Albe e Elis, inseparabili amici e compagni di viaggio.
Se poi a qualcuno è venuta la voglia di fare un giro da quelle parti, beh, molto volentieri gli posso passare qualche dritta...
Adesso si torna alla vita normale, forse e spero per molto con la mente un po' più aperta. E soprattutto un po' alla volta si ricomincerà a correre, per il 2010 ci sono grandi progetti...

3 commenti:

Giulyrun ha detto...

Mi hai fatto sognare ad occhi aperti. Complimenti

Eli ha detto...

E' stato semplicemente FANTASTICO. Emozioni e avventura indimenticabili.
Un bacio ai miei meravigliosi compagni di viaggio.
Eli

Bicio ha detto...

Complimenti! Davvero!
E io che mi stavo preoccupando nel vedere che il blog non veniva aggiornata da qualche settimana :-)

Bentornati!!!