martedì 3 agosto 2010

pazienza e amore

Comincio a scrivere questo diario in un momento difficile e forse non è il modo in cui immaginavo di raccontare la storia dell'incontro con la nostra figlia Tsion. Siamo ad Addis Abeba, Africa, lontani da casa, in questo momento lontani da tutto, fuori piove, la bambina piange inconsolabile, lei non capisce la nostra lingua, noi non capiamo la sua, non conosciamo le sue abitudini, la sua gestualità, nessuno sa raccontarci la sua storia.

Siamo arrivati una settimana fa, prima il volo da Venezia a Istanbul, un assaggio di oriente per poi imbarcarci verso l'Africa, la nostra destinazione finale con l'emozione, i timori, i ricordi di anni nei quali questo momento lo abbiamo più volte disegnato nella nostra immaginazione, dove abbiamo pensato come ci saremmo guardati, studiati, abbracciati con sorrisi e lacrime, con la paura di stringere troppo questa vita sconosciuta, di spaventarla, di non darle la serenità che le è stata rubata troppo presto.

E' ormai notte sopra e sotto di noi, buio, molto buio, non abbiamo molta voglia di mangiare sull'aereo, qualche birra allenta la tensione, chiacchieriamo con i nostri compagni di avventura, due "fra-pochissimo-famiglie", come noi in attesa di conoscere i propri figli. E' stato facile individuarli al check-in a Istanbul, il nostro mondo si è finalmente rovesciato, siamo noi, i bianchi, pallidi, stanchi, stressati, i diversi.

I motori cambiano rumore, l'aereo vira, cominciamo a scendere, il nostro cuore batte sempre più forte, un sobbalzo, tengo per mano l'Eli, tocchiamo terra, Addis, Africa, qui è nato il mondo, qui se non si fa presto sta morendo il mondo.

E' passata mezzanotte, siamo ancora in aroporto, le pratiche per il visto sono interminabili, Fulvio, Graziano, le nostre mogli sono insofferenti, vogliono uscire, respirare la nuova aria, l'aria che in questo momento i nostri figli mai così vicini a noi stanno respirando lentamente nella notte etiope.

Sono passate le due quando usciamo dall'aeroporto e finalmente incontriamo l'autista che ci stava attendendo da ore. Nonostante sperassimo non potesse succedere così, così è successo: saliamo su un piccolo bus, qualche decina di minuti di strada dove nel caos delle nostre teste percepiamo la voce dell'autista che in qualche modo ci sta dicendo "stiamo andando dai vosti figli". Lasciamo le povere strade di Addis per entrare in un cortile privato, ordinato, scendiamo dal bus quasi in trance, quasi spettatori di un film che stiamo girando con i nostri occhi. Una luce in fondo al vialetto illumina una stanza; nella stanza, per terra, avvolti in una coperta due bambini, si capisce che sono stati svegliati da poco, sono le tre del mattino. Tsion, uno dei due è lei, la riconosciamo subito, riconosciamo il suo viso dalla foto che solo fino a una settimana fa era nella casa di una famiglia di Torino, la bimba che per un mese - per un errore organizzativo - era stata loro "figlia". In un lettino vicino sta dormendo invece la bambina che per lo stesso mese era stata "figlia" nostra. "Si, scambiatevi le foto, c'è di peggio", questo quanto cì è stato detto una settimana prima di partire, difficile da capire per noi che viviamo in un mondo fortunato, forse è vero, l'emergenza in Africa non fa andare per il sottile, le nostre emozioni possono passare in secondo piano di fronte alla fame alla morte alle malattie, forse...

Chiusa parentesi, torniamo ad Addis, alla notte in cui ci viene "consegnata" Tsion, avvolta in una coperta, "è vostra figlia" forse qualcuno ci stà dicendo, nessuno tranne l'autista parla una lingua a noi conosciuta, noi non capiamo nulla, un sogno, un incubo, siamo di nuovo in strada, nessuna foto scattata, nessun video, siamo paralizzati dall'emozione. Notte fonda, attraversiamo la città buia su questo bus traghettatore di bambini e adulti da vite opposte che si stanno unendo. I nostri sguardi lasciano momentaneamente Tsion per spostarsi fuori dal finestrino dove si scorge la sofferenza, le fessure lasciano entrare gli odori di questa città dove in questo momento c'è chi muore in uno spartitraffico e domani sarà uno in meno tra milioni.

Il bus rallenta, si ferma, un cancello da cui spunta il filo spinato, il villaggio Madonna della Vita ci accoglie con la calma della notte. Qualcuno ci accompagna alla stanza, eccoci, noi tre soli, accendiamo la luce al neon, ci guardiamo, anche io e l'Eli ci guardiamo in modo strano, chi siamo, dove siamo, stiamo facendo la cosa giusta per questo cucciolo spaventato che per l'ennesima volta è stato rapito dalla sua vita?

Esausti ci addormentiamo tutti e tre nel lettone, troppe emozioni da sedimentare.

La mattina dopo ci svegliamo, un po' di riposo, poche ore, forse minuti, qui con noi ancora Tsion che abbiamo osservato tutta la notte, silenziosa, ci studia, ci studiamo. No, non era un sogno, è tutto vero, cosa facciamo, avrà fame?, cosa mangerà? Come sarà abituata? Come si dice?

Dai Eli, usciamo, sicuramente qualcuno ci starà aspettando per spiegarci tutto, questi dieci giorni qui in Africa serviranno per conoscerci, lei un po' alla volta si fiderà di noi, diventeremo amici, diventeremo mamma e papà.

Non è proprio così, vero, non è una favola, nessuno la voleva, ma forse si sperava. Al Villaggio si deve imparare tutto da soli, forse come Tsion fino a oggi ha dovuto fare, dove si mangia, dove ci si cura, soprattutto facciamo fatica a trovare chi parla la lingua di Tsion, lei viene dal Wollayta e qui ad Addis è come chiedere a un calabrese di capire una bambina di Vipiteno.

Nei primi giorni ci aiutano le splendide figlie di Fulvio, l'amico Salomon factotum del VDM, un’infermiera molto gentile che parla bene l’inglese, qualche tata sempre pronta a regalare sorrisi, tranquillità o un pezzo di pane "tapo" per la nosta piccola. Ma qualche volta non basta, la bambina comincia a piangere disperata, per ore, inconsolabile, rifiuta contatti umani, pochi minuti prima stava giocando, ridendo, poi qualcosa che noi non riusciamo a capire la fa improvvisamente sprofondare in una crisi per noi difficile da interpretare, impotenti, incapaci di darle aiuto.

Avrà fame? Avrà sonno? Starà male? Avrà paura del buio, della luce, di noi?

I primi giorni non resistiamo, usciamo in cortile sperando che qualcuno ci aiuti e riesca a farla calmare, tranquillizzare, troviamo quasi sempre un bambino, una cuoca o qualche altro genitore che con un gioco, un biscotto, un palloncino riesce a distrarla e improvvisamente dal pianto disperato sorge un sorriso che ci scioglie e sgonfia le nostre paure, ci riempie di una gioia mai provata.

"Non è mai stata così", "con noi è sempre stata brava" è quello che ci sentiamo dire da chi l'ha conosciuta prima di noi, frasi che ci spiazzano, quasi delle accuse che nelle nostre teste si traducono in altrettante frasi del tipo "è con voi che si agita", "non vi vuole", "lei sta meglio qui", "questo è il suo mondo". E così in noi crescono i timori di non essere all'altezza come genitori, forse è così...

E' passata una settimana qui al Villaggio, siamo dodici coppie di italiani chi venuto qui per figli neonati, chi per quasi-adolescenti.

Passiamo le giornate con le ore scandite dai pasti, qualche uscita per visitare la città da turisti anche se non è quello che in questi giorni vogliamo fare. Torneremo, sicuramente torneremo qui, Tsion, è la tua terra e lo potrà essere per sempre se tu lo vorrai.

Qualche giorno manca la luce, altri l'acqua, siamo stanchi, siamo troppo occidentali e ricchi per abituarci in fretta alle privazioni. Tsion sembra un po' alla volta fidarsi di noi, ci cerca, ci distingue, in alcuni momenti ridiamo, scherziamo assieme, improvvisamente poi cade nelle sue crisi che un po' alla volta cerchiamo di capire, di imparare. In questo momento sinceramente non vediamo l'ora di tornare a casa, ci sentiamo soli, impotenti, un senso di claustrofobia ci sta prendendo tra le mura che separano il cortile del Villaggio dall'esterno dove decine di mamme attendono sotto il sole o sotto il diluvio gli aiuti delle adozioni a distanza che permettono ai loro figli di sperare in qualcosa di migliore. Fuori dal cortile è subito Africa, gente, tanta gente che cammina, taxi, smog, un mercato pieno di colori, profumi e odori, una strana sensazione di libertà è quella che assaporo girando per le strade da solo con qualche birr in tasca e niente altro.

"La stiamo rovinando noi", l'Eli è spaventata, stanca, forse sta pensando che Tsion starebbe meglio assieme agli altri bambini del Villaggio nel cortile, a giocare sotto la pioggia, a combattere per un palloncino, per una caramella, per un paio di scarpette colorate buttate nel cestino dai nostri bambini occidentali viziati, senza regole, senza futuro... No, Eli, è solo questione di tempo, immagina quante novità concentrate in pochi giorni per questa piccola, è anche troppo forte per adattarsi, è ancora troppo piccola per capire, per ascoltare spiegazioni.

Chi, occidentale come noi, ha donato la propria vita all'Africa, al volontariato, ci parla spesso di emergenza, forse è per questo che qui funziona tutto così, non si bada al sottile, si deve correre, agire, uno su un milione...

Fra tre giorni torniamo in Italia con Tsion, 21.1.2008, femmina, TUTTO, SOLO quello che sappiamo di lei: la scheda sanitaria che ci è stata data era stata confusa (come la foto) con quella di una bambina omonima, poche informazioni, nessuna sulla sua storia dalla nascita ai due anni quando un poliziotto, come dice la sentenza con lo stato di abbandono l'ha raccolta in un campo di Areka, sud Etiopia, forse, speriamo salvandole la vita.

Torneremo a casa, chiudiamo questa prima parte del "percorso che porta all'adozione", percorso difficile dove le emozioni, le gioie, le rabbie e i momenti di sconforto non sono mai delicati ma sempre estremi, forti, intensi, dove certe volte viene voglia di lasciar perdere, di denunciare il sistema, di urlare, per poi pensare a loro, ai bambini e per questo trovare la forza di andare avanti.

Tsion si è calmata, dorme adesso nelle braccia dell'Eli, tutte e due fanno una tenerezza incredibile, la piccola speriamo sogni cose belle, la grande spero continui ad essere forte, a superare questo momento difficile, molto difficile. E' una situazione irreale quella che si vive qui al Villaggio, noi di passaggio, i nostri figli che da sporchi con le scarpe bucate in pochi giorni sono puliti, vestiti e pieni di giocattoli nuovi di zecca, gli altri bambini alcuni ci guardano con la speranza che un giorno arrivi il loro turno, altri consapevoli che il turno per loro non arriverà mai, perché malati, perché troppo "vecchi" per essere adottati.

"Pazienza e amore", il consiglio sintetico, vero, sincero che poco prima di rientrare in Italia ci regala un amico pisano, ospite come noi al Villaggio. Pazienza e amore, è quello che mi ripeto da qualche giorno e che sono sicuro sia la ricetta giusta.

Una settimana dopo...

Tsion e l'Eli stanno dormendo, ora in un posto diverso da quello che descrivevo qualche riga fa. Scrivo le ultime righe con la luna piena che si affaccia alla finestra. Sì, la stessa luna che la mia piccola vedeva anche dal Wollaita, la stessa luna che in questo momento stanno vedendo i bambini del Villaggio.

Siamo a casa, estate piena, sole, finalmente le nostre montagne. Tsion sta meglio, si sta ambientando, le sue crisi continuano ma ci sembra più rilassata, sta cominciando a capire che da qui non la rapirà più nessuno, nessuno la abbandonerà più. Dobbiamo conoscerci, lei deve imparare a fidarsi di noi, noi dobbiamo capire che stiamo imparando tutti e tre, le regole non le fa nessuno, siamo solo alle fondamenta di questa nuova avventura, sta nascendo una nuova famiglia. E’ tutto molto bello.

Pazienza e amore.

4 commenti:

Micio1970 ha detto...

Come nella maratona bisogna avere pazienza nella prima parte per potersi godere la seconda ... la vostra maratona in tre è cominciata ... nel modo più reale possibile ... pazienza e amore Albert!

Bicio ha detto...

Stringere un bambino tra le braccia e sapere di avere la responsabilità di farlo crescere è un'esperienza abbagliante!
Congratulazioni a voi.
Le mie nanette di 1 e 3 anni frequentano quotidianamente i parchi di Trento e dintorni, magari le si fa incontrare!

Alvin ha detto...

Letto tutto d'un fiato, bellissimo, e complimenti, Tsion, pazienza e amore, le soddisfazioni, arriveranno a grappoli, vedrete!

Maribel ha detto...

conmovente! grazie per aver condiviso la vostra esperienza...

Maribel (ed Enrico) da Bologna